Lezioni di Gesù

Maria Valtorta
La grande mistica del 20° secolo
Le opere, gli scritti valtortiani,
con tema:
Lezioni di Gesù - La famiglia - Obbedienza

Lezioni di Gesù
26 febbraio 1944 25 novembre 1944 2 dicembre 1944 10 dicembre 1944 5 luglio 1944 2 gennaio 1944 3 febbraio 1944
11 settembre 1950 2 dicembre 1943 5 luglio 1943 13 luglio 1943 17 luglio 1943 18 luglio 1943 19 luglio 1943
21 luglio 1943 22 luglio 1943 31 agosto 1943 11 febbraio 1946 21 gennaio 1946 21 agosto 1944 20 agosto 1944
8 agosto 1944 31 luglio 1944 19 luglio 1944 16 luglio 1944 14 luglio 1944 13 luglio 1944 2 luglio 1943
7 gennaio 1948 11 gennaio 1948 22 gennaio 1948 1 febbraio 1948 12 febbraio 1948 19 maggio 1943 28 maggio 1943
28 febbraio 1948 3 marzo 1950
La Famiglia
11 gennaio 1944 22 marzo 1944 10 luglio 1943 22 - 23 luglio 1944 30 giugno 1943
Obbedienza
21-28 maggio 1948 16 marzo 1944 18 marzo 1944 19 marzo 1944 15 dicembre 1944 3 novembre 1943 28 luglio 1944
20 febbraio 1946 8 febbraio 1950
I Quaderni del 1944
26 febbraio 1944
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I Quaderni del 1944
25 novembre 1944






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I Quaderni del 1944
22 marzo 1944
Dice Gesù:


«Il dettato di ieri [Il dettato di ieri, che è la seconda parte del capitolo 37 dell’opera maggiore e riguarda la sacra Famiglia] attira il seguente.
Le famiglie che non sono famiglie, e che sono origine di gravi sciagure che dall’interno della cellula familiare si irradiano a rovinare le compagini nazionali e da queste la pace mondiale, sono quelle famiglie nelle quali non domina Dio, ma bensì dominano il senso e l’interesse e perciò le figliazioni di satana. Create su una base di senso e di interesse, non si elevano verso ciò che è santo, ma, come erbe malsane nate nel fango, strisciano sempre verso terra.
Dice l’angelo a Tobia: [Dice l’angelo a Tobia e, più sotto, come dice Raffaele sono riferiti a Tobia 6, 16-22 della volgata. Nella neo-volgata il testo corrisponde a Tobia 6, 16-19 e si presenta in termini molto diversi] “Ti insegnerò chi sono coloro su cui ha potere il demonio”.
Oh! che in verità vi sono coniugi che dalla prima ora del loro coniugio sono sotto il potere demoniaco! Vi sono, anzi, sin da prima d’esser coniugi.
Vi sono da quando prendono la decisione di crearsi un compagno o una compagna e non lo fanno con retto fine, ma con subdoli calcoli nei quali l’egoismo e la sensualità imperano sovrani.

Nulla di più sano e di più santo di due che si amano onestamente e si uniscono per perpetuare la razza umana e dare anime al Cielo.

La dignità dell’uomo e della donna divenuti genitori è la seconda dopo quella di Dio.
Neppure la dignità regale è simile a questa.
Perché il re, anche il più saggio, non fa che amministrare dei sudditi.

Essi genitori attirano invece su loro lo sguardo di Dio e rapiscono a quello sguardo una nuova anima che chiudono nell’involucro della carne nata da loro.

Direi quasi che hanno a suddito Dio, in quel momento, perché Dio, al loro retto amore che si unisce per dare alla Terra e al Cielo un nuovo cittadino, crea immediatamente [immediatamente, cosicché la creazione (e infusione) dell’anima è simultanea al concepimento del corpo] una nuova anima.

Se vi pensassero, a questo loro potere al quale Dio subito annuisce!
Gli angeli non possono tanto.
Anzi gli angeli, come Dio, sono subito pronti ad aderire all’atto degli sposi fecondi ed a divenire custodi della nuova creatura. Ma molti sono quelli che, come dice Raffaele, abbracciano lo stato coniugale in modo da scacciare Dio da sé e dalla loro mente, e da abbandonarsi alla libidine. E sopra questi ha potere il demonio.

Che differenza c’è fra il letto del peccato e il letto di due coniugi che non si rifiutano al godimento ma si rifiutano alla prole? Non facciamo dei funambolismi di parole e di ragionamenti bugiardi. La differenza è ben poca.

Ché, se per malattie o imperfezioni è consigliabile o concesso non concedersi figli, allora occorre saper essere continenti ed interdirsi quelle soddisfazioni sterili che altro non sono che appagamento del senso.

Se invece nessun ostacolo si frappone alla procreazione, perché fate di una legge naturale e soprannaturale un atto immorale svisandola nel suo scopo?

Quando qualsiasi riflessione onesta vi consiglia di non aumentare la prole, sappiate vivere da sposi casti e non da scimmie lussuriose.

Come volete che l’angelo di Dio vegli sulla vostra casa quando fate di essa un covo di peccato?

Come volete che Dio vi protegga quando lo obbligate a torcere disgustato lo sguardo dal vostro nido insozzato? Oh! misere le famiglie che si formano senza preparazione soprannaturale, le famiglie dalle quali è stata sbandita, a priori, ogni ricerca di Verità e dove anzi si deride la parola della Verità che insegna cosa e perché è il Matrimonio. Misere le famiglie che si formano senza nessun pensiero all’alto, ma unicamente sotto l’aculeo di un appetito sensuale e di una riflessione finanziaria!

Quanti coniugi che, dopo l’inevitabile consuetudine della cerimonia religiosa – consuetudine ho detto, e lo ripeto, perché per la maggioranza non è altro che consuetudine e non aspirazione dell’anima ad avere Dio con sé in tal momento – non hanno più un pensiero a Dio e fanno del Sacramento, che non finisce con la cerimonia religiosa ma si inizia allora e dura quanto dura la vita dei coniugi, secondo il mio pensiero – così come la monacazione non dura quanto la cerimonia religiosa, ma dura quanto la vita del religioso o della religiosa – e fanno del Sacramento un festino e del festino uno sfogo di bestialità!

L’angelo insegna a Tobia che, facendo precedere con la preghiera l’atto, l’atto diviene santo e benedetto e fecondo di gioie vere e di prole. Questo occorrerebbe fare. Andare al matrimonio mossi da desiderio di prole, poiché tale è lo scopo dell’unione umana, e ogni altro scopo è colpa disonorante l’uomo come essere ragionevole e ferente lo spirito, tempio di Dio, che fugge sdegnato, e aver presente Dio in ogni ora.

Dio non è carceriere oppressivo.
Ma Dio è Padre buono, che giubila delle oneste gioie dei figli e che ai loro santi amplessi risponde con benedizioni celesti e con l’approvazione di cui è prova la creazione di un’anima nuova.

Ma questa pagina chi la comprenderà?
Come avessi parlato la lingua di un pianeta sconosciuto, voi la leggerete senza sentirne il sapore santo. Vi parrà paglia trita, ed è dottrina celeste. La deriderete, voi, i sapienti dell’ora.

E non sapete che sulla vostra stoltezza ride satana che è riuscito, per merito della vostra incontinenza, della vostra bestialità, a volgervi in condanna ciò che Dio aveva creato per vostro bene: il matrimonio come unione umana e come Sacramento. Vi ripeto, perché le ricordiate e vi regoliate su esse – se ancor lo potete fare per un resto di dignità umana sopravvivente in voi – le parole [parole che, nella volgata, si leggono in Tobia 8, 5. La successiva citazione è da Tobia 8, 9 della volgata (8, 7 della neo-volgata, ma con termini diversi)] di Tobia alla moglie:
“Noi siamo figli di santi, e non possiamo unirci come i gentili che non conoscono Dio”.

Siano la vostra norma.
Ché, se anche siete nati là dove la santità era già morta, il Battesimo ha sempre fatto di voi dei figli di Dio, del Santo dei santi, e perciò potete sempre dire che siete figli di santi: del Santo, e regolarvi su questo.
Avrete allora “una discendenza nella quale si benedirà il nome del Signore” e si vivrà nella sua Legge.
E quando i figli vivono nella Legge divina ne godono i genitori, perché essa insegna virtù, rispetto, amore, ed i primi a goderne dopo Dio sono i fortunati genitori, i coniugi santi che hanno saputo fare del coniugio un rito perpetuo e non un obbrobrioso vizio.»
I Quaderni del 1944
16 marzo 1944
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Dice Gesù:

Voglio farti considerare, e con te a molti, una virtù dalla quale vi è venuto un gran bene.
Il più grande bene, mentre dal suo contrario vi è venuto tanto male: il più grande male.

Te ne ho già parlato, ma la tua sofferenza non ti ha fatto ricordare le parole. Te le ripeto perché mi preme che le abbiate.

Avendovi amato infinitamente, Io volli essere il vostro Redentore.

Ma non lo fui unicamente per la Sapienza, non per la Potenza, neppure per la Carità.
Queste sono tre caratteristiche, tre doti divine, che agirono tutte e tre nella Redenzione del genere umano, perché vi istruirono, vi scossero coi miracoli, vi redensero col Sacrificio.

Ma Io ero l’Uomo.

Essendo l’Uomo, dovevo possedere quella virtù la cui perdita aveva perduto l’uomo e redimervi con quella.

L’uomo s’era perduto per aver disubbidito al desiderio di Dio.

Io, l’Uomo, vi ho dovuto salvare ubbidendo al desiderio di Dio.

Dice Paolo[200] che Io “avendo con forti grida e con lacrime offerto preghiere e suppliche, nei giorni della mia vita mortale, per salvare l’uomo da morte spirituale, fui esaudito per la mia riverenza”.

E aggiunge che, giunto alla perfezione per aver imparato (ossia compiuto per obbedienza) divenni causa di eterna salute per tutti quelli che mi sono obbedienti.

Paolo, con parola che lo Spirito fa vera, dice dunque che Io, Figlio di Dio fatto Uomo, raggiunsi la perfezione con l’obbedienza e potei esser Redentore per questa.
Io, Figlio di Dio.

Io raggiunsi la perfezione con l’obbedienza.

Io redensi con l’obbedienza.

Se meditate profondamente questa verità, dovete provare quello che prova uno che, prono su un’alta insenatura marina, guarda fissamente la profondità e la immensità del mare e gli pare sprofondare in questo liquido abisso di cui non conosce profondità e confine.

L’obbedienza!
Mare sconfinato e abissale nel quale Io mi sono tuffato prima di voi per riportare alla Luce coloro che erano naufragati nella colpa.
Mare in cui devono tuffarsi i veri figli di Dio per essere redentori di se stessi e dei fratelli.
Mare che non ha solo le grandi profondità e le grandi onde, ma anche le spiagge basse e le lievi ondette che sembrano scherzare con la rena del lido, così care ai bambini che giuocano con esse.

L’obbedienza non è fatta unicamente di grandi ore in cui obbedire è morire, come Io ho fatto, in cui obbedire è strapparsi da una Madre, come Io ho fatto, in cui obbedire è rinunciare alla propria dimora, come Io ho fatto lasciando il Cielo per voi.

L’obbedienza è fatta anche di minuscole cose di ogni ora, compiute senza brontolii, man mano che vi si presentano.

Cosa è il vento?
Turbine sempre che curva le cime degli alberi secolari e li piega, li spezza, li abbatte al suolo?

No.
È vento anche quando, più leggero di carezza materna, pettina le erbe dei prati e i grani che incespano e li fa ondulare appena come rabbrividissero lievemente nella cima dei verdi steli per la gioia d’esser sfiorati dal vento leggero.

Le piccole cose sono il vento leggero dell’obbedienza.
Ma quanto bene vi fanno!

Ora è primavera. Se il sangue[201] non la bruttasse, come sarebbe dolce questa stagione!
Le piante, che sanno amare e obbedire al Creatore, stanno mettendo la veste nuova fatta di smeraldo e come spose si fasciano di fiori.
I prati sembrano un ricamo, un velluto trapunto di fiori, i boschi una felpa profumata sotto una volta di creste verdi e canore.

Ma, se non ci fossero i tenui venti d’aprile e anche le pazze ventate di marzo, quanti fiori rimarrebbero senza fecondazione e quanti prati senza acqua!

Fiori ed erbe sarebbero perciò nati per morire senza scopo.

Il vento spinge le nubi e li irrora così, il vento fa baciare i fiori, porta ai lontani il bacio dei lontani e con la sua gaia corsa da ramo a ramo, da albero ad albero, da frutteto a frutteto, feconda e fa che quei fiori divengano frutto.

Anche l’obbedienza spicciola a tutte le piccole cose che Dio vi presenta attraverso agli avvenimenti del giorno fa quello che fa il vento con le piante e l’erbe dei prati e degli orti.

Di voi, fiori, fa frutti.
Frutti di vita eterna.

Beatissimi quelli che, presi dal turbine dell’Amore, e del loro amore, consumano il sacrificio totale di sé, i piccoli redentori che mi perpetuano, i quali compiono l’obbedienza somma bevendo il mio stesso calice di dolore.

Ma beati anche quelli che, non avendo ardire di dire al turbine dell’Amore: “T’amo, eccomi, prendimi”, sanno piegarsi al vento lieve dell’Amore, che sa graduare le forze dell’uomo suo figlio e dare ad ognuno quel tanto di pressione che sia possibile a sopportare.

Vi pare, o figli, e mai come ora vi pare, che la prova sia tante volte superiore alla forza vostra.
Ma è perché voi vi irrigidite.

È perché siete superbi e diffidenti. Volete fare da voi e non vi abbandonate a Me.

Non sono un carnefice.

Sono Colui che vi ama.

Sono un Padre buono.

E se non posso annullare la Giustizia, aumento in compenso la Misericordia.

Tanto più l’aumento quanto più cresce la Giustizia per la marea di delitti, di bestemmie, di disubbidienze alla Legge che copre la Terra.

Naufragate in essa.

Innocenti, quasi innocenti, colpevoli, grandi colpevoli, naufragate in essa.

Ma, se per gli ultimi il fondo del naufragio sarà nel fondo di satana (fin dalla vita col dilaniamento di una coscienza che li morde e non dà pace nonostante fingano di averla), per le altre due categorie il fondo sarà nella mia Misericordia, è in essa per i quasi innocenti, ed è nel mio Cuore per gli innocenti.

Ma Misericordia e Cuore sono già Cielo e per questi, dopo i conforti sulla Terra che non nego loro – e tu lo sai – è pronto il Cielo.

Un’altra cosa ho detto al tuo spirito, e il tuo spirito non ha potuto farlo scrivere alla tua carne sfinita, e te la ripeto.

In tutto questo mio insegnamento non vi è lezione o visione data senza che Io segua un mio disegno educativo, che voi non comprendete o comprendete in ritardo e parzialmente.

Se meditaste con lucidità di intuizione, vedreste che le lezioni che vi do coi dettati o con le contemplazioni del portavoce sono sempre in rapporto con eventi prossimi a venire.

Faccio così per darvi soprannaturale aiuto.

Queste pagine, dato che il mondo non si imbesti completamente, faranno molto bene alle anime anche in futuro, perché contengono insegnamenti di Scienza eterna; ma per voi, viventi in questa ora fatale, sono anche una guida e un conforto per le ore che vivete.

Anche voi, come i primi cristiani di Paolo[202], “siete divenuti un po’ deboli nell’intendere… e avete ancora, di nuovo, bisogno che vi insegnino i primi rudimenti della parola di Dio, ridotti ad aver bisogno di latte e non di solido cibo”.

Bambini siete tornati, non per l’innocenza e la semplicità, non per la fede sicura, ma per la vostra incapacità di camminare nella fede e di comprendere le sue verità.

Siete tanto retrocessi!
Le parole della Giustizia non sono che suono che percuote il vostro orecchio e talora neppure lo percepite.
Non ne fate cibo di Vita. Non ne potete fare, perché non lo assimilate. Il vostro spirito, per un colpevole vostro indifferentismo, per una colpevole vostra simpatia con la colpa, è colpito da infantilismo e non ha più quel succo che lo rende capace di fare, del cibo robusto degli adulti nella fede, il suo nutrimento.

O non avete religione, o avete una religione fatta di una coreografia di pratiche e di sentimentalismo.

Ma lo sapete cosa vuol dire: “Religione”?

Vuol dire seguire Dio e la sua Legge, non solo cantare dei begli inni, fare delle belle processioni, delle belle funzioni, andare a prediche eleganti, esser il membro A o B della tale associazione.

Tutte cose che vellicano il vostro sentimento. E nulla più.

Religione vuol dire fare dell’uomoanimale l’uomo semidio.

Occorre annullare, attraverso alla religione, l’animalità nelle sue svariate forme che vanno dalla carne al pensiero.

Giù la gola, giù la lussuria, via l’avarizia, abbasso l’accidia, sia uccisa la menzogna e la superbia.

Siate casti, caritatevoli, umili, onesti, siate insomma come Dio vuole e come Io vi ho insegnato ad essere.

Allora sarete adulti nella religione, nella fede, sarete uomini fatti, aventi “dalla pratica addestrate le facoltà al discernimento del bene e del male”.

È per questo che Io, lasciando da parte l’insegnamento elementare, vengo a istruirvi sul più perfetto, perché voglio portarvi ad esso.

Sarete pochi: coloro che hanno fame di Giustizia, fame di Verità, fame di Sapienza.

Ma per questi, miei benedetti, Io do un pane che li aiuta a sempre meglio gustare l’altro Pane che sono Io-Eucarestia.

Anche nella mia vita pubblica ho fatto precedere il pane della Parola al pane del Sacramento.

È sempre quello che deve preparare a Questo.

La Chiesa docente c’è per questo. Per perpetuare il mio ministero di Maestro e farvi capaci di trarre dal Sacramento il massimo del potere vitale.

Guai però a coloro che, dopo esser stati illuminati, preferiscono tornare nelle tenebre.
Guai a quelli che, dopo aver gustato questo cibo celeste, preferiscono i bocconi di satana.
Guai a quelli che, dopo esser stati fatti coscienti del Vero dallo Spirito Santo, tornano bruti, profanando se stessi.

Non è possibile che, precipitati, tornino a penitenza.

Ché se Io tanto perdono alla debolezza dell’uomo, sono inesorabile per chi vuole rimanere nel Male dopo avere eletto il Male per suo re spontaneamente.

E voi, ai quali do a gustare la dolcezza della parola di Dio che si effonde nuovamente per sopperire a troppa mutezza sacerdotale, a troppa cenere tiepida là dove dovrebbe esser fuoco vivo, che si effonde per neutralizzare nei miei discepoli novelli il veleno di satana che circola sulla Terra, voi ai quali sollevo anche veli sui segreti del mio giorno d’Uomo e sui misteri del secolo futuro, siate degni del dono.

Divenite spighe granite e non arida paglia pronta per il fuoco.

Spighe per il grano eterno.

Rinascerete in Cielo.

Oh! Gioia di esser fuori dal mondo!
Gioia d’esser dove è Dio!

Quando, esalato lo spirito, Io ho potuto tornare a vedere il Padre[203], ho gustato una beatitudine come da eternità mai avevo gustata.

Ed essa perdura perché so, ora, cosa vuol dire esser separato dal Cielo, da Dio.

Tutte le esperienze ho patito in Me.

Per potervi difendere presso l’Altissimo.

Ma in verità vi dico che la mia stessa beatitudine sarà la vostra quando sarete qui, fuori dall’esilio, con Me, presso il Padre, nella Patria dell’Amore.

Dell’Amore, figli. Là dove non è più odio e delitto, più pianto e terrore.

Hai capito, ora, il perché dei conventi di clausura? La loro ragione d’essere?

Non tutti hanno tempo di pregare, presi come sono nella vita attiva. Vero è che l’attività onesta è già preghiera e perciò sono giustificati coloro che òrano lavorando.

Ma molti sono i bisogni dell’uomo e molti uomini sono che non pregano affatto.

Per tutti coloro che non vogliono o non possono pregare in maniera che ogni giorno abbia quel numero di omaggi che la Divinità richiede (pensate che in Cielo non ha sosta il Gloria a Dio), pregano i claustrati.

Pregano Dio per onorarlo, lo pregano per placarlo, lo pregano per impetrarlo.

Sono le braccia alzate sopra coloro che combattono, e chiedono per tutti.

Tu sei nella tua casa la piccola claustrata che preghi per tutti.

Ma la tua carità deve essere vasta quanto il mondo.
Più ancora: quanto tutto il Creato, e invadere anche il Cielo.

Cominciare anzi da questo.

Pregare per dar lode e riparazione a Dio bestemmiato da tanti.

Pregare per chi non prega.

Pregare per la Chiesa.

Pregare per il Sacerdozio senza il quale, tornato allo splendore di un martire Lorenzo[204], divenite sempre più idolatri.

Pregare per la società umana, che venga a Dio se vuol salvarsi.

Pregare per la patria, che abbia pace e bene.

Pregare per chi soffre, per chi ha fame, per chi è senza tetto.

Pregare per chi dubita e sente che la disperazione lo abbranca.

Pregare, pregare, pregare.

Per ultimo, pregare per te.

Non abbiate paura. Se anche, voi che pregate per tutti, non pregate per voi, Io prego per voi il Padre.

State tranquilli.

Le anime oranti nel mondo, quelle che della loro infermità sanno fare non un ozio forzato ma un’attività santa, sono le piccole clausure che Io spargo come fiori nel mondo per aiutare le grandi clausure; e con questa somma di preghiere instancabili placare il Padre e dare sollievo all’umanità.

Ed ora, Padre, le dirò che sono commossa per la bontà di Dio, dalla quale è venuta la sua.

È stato Gesù che glielo ha ispirato.

Lo desideravo tanto d’esser nel Terz’Ordine dell’Addolorata. Se non fossi stata fin da bambina devotissima di S. Francesco d’Assisi e non avessi avuto molte penose esperienze con sacerdoti dei Servi di Maria, quando nel 1926 decisi di entrare in un Terzo Ordine mi sarei rivolta a quello dell’Addolorata o del Carmelo. Perché volevo esser di Maria anche quando… ero una capretta, come dice Gesù [205].

L’amavo male conoscendola poco, ma istintivamente andavo verso di Lei. Ora, da quando l’ho vista soffrire, l’amo come amo suo Figlio: “con tutte le mie forze”, e si era acuito il desiderio di esser dell’Addolorata. Tacevo, ma avevo la spina del desiderio infissa in gola.

Grazie a Gesùe alla Mammache glielo hanno detto, e grazie a lei che ha capito. Già è inutile. L’ho detto dallo scorso anno che la Madonna Addolorata ha agito sempre prepotentemente con me.

Ha voluto che fossi diretta da un suo figlio[206], ha voluto per il suo altare il lavoro fatto per altri altari, ora vuole che io muoia con la sua veste.

Ebbene: speriamo che voglia dal Figlio suo quello che chiedo per tutti (la pace) e quello che chiedo per me: la salvezza della povera anima mia.

E così anche lei avrà la sua Fernanda Lorenzoni[207].
E ora basta, altrimenti mi svengo.

[200]
Dice Paolo in Ebrei 5, 7-9. Accanto alla data, la scrittrice aggiunge il rinvio a Ebrei 5, 7.8.12.14; 6, 1.4.6.8.

[201]
il sangue, quello sparso a causa della seconda guerra mondiale, allora in corso.

[202]
Paolo, di cui si riporta l’esortazione che leggiamo in Ebrei 5, 11-14.

[203]
tornare a vedere il Padre e, poche righe più sotto, esser separato dal Cielo, da Dio, sono espressioni analoghe a quella riferita in Giovanni 16, 28: “Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo, ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre” e alla formula del Credo: “discese dal Cielo, … è salito al Cielo, siede alla destra del Padre”. L’inscindibile Trinità di Dio è affermata nel “dettato” del 4 gennaio e diffusamente negli scritti valtortiani. Tuttavia, in una nota che figura nell’opera maggiore, la scrittrice precisa che, pur essendo ancora “una cosa” col Padre, il Verbo [fatto Uomo] non era più nel Padre come avanti l’Incarnazione.

[204]
martire Lorenzo, santo del terzo secolo. Arcidiacono, ricevette dal prefetto di Roma l’ordine di consegnare le ricchezze della Chiesa; ma egli distribuì tutto ai poveri, che poi mostrò al prefetto dicendogli: “Ecco i tesori della Chiesa”. Fu arrestato e arso vivo su una graticola.

[205]
come dice Gesù alla fine del “dettato” del giorno precedente, ma anche nei “dettati” del 4 e 24 giugno 1943; con tutte le mie forze come al termine del secondo “dettato” dell’8 dicembre 1943.

[206]
un suo figlio, poiché Padre Migliorini apparteneva all’Ordine dei Servi di Maria; il suo altare, quello dell’Addolorata nella chiesa di S. Andrea a Viareggio e al quale venne destinato un lavoro di merletto ad ago, eseguito dalla scrittrice per una tovaglia da altare.

[207]
Fernanda Lorenzoni, terziaria dell’Addolorata (1906-1930).

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I Quaderni del 1944
18 marzo 1944
✟
Ieri, venerdì, silenzio. Solo dolore ricevuto come dono e offerto come dono.
Oggi Gesù dice questo:

«Una delle deviazioni del vostro pensare di cattolici, di cristiani in genere, sta in questo. Voi confondete l’offerta con l’altare [confondete l’offerta con l’altare, rinviando a Matteo 23, 19, come annota la scrittrice accanto alla data]. Voi credete più grande l’offerta dell’altare. E questo succede anche a coloro, fra di voi, che sono dei buoni figli del Signore. Ve ne parlo per correggervi.

Le vostre offerte di preghiere e di sacrifici mi sono tanto care e soltanto nel Paradiso vedrete come le ho usate e quanto bene ho fatto con esse.

Voi mi date le vostre povere cose sempre intrise di umanità, sempre sporche da imperfezioni. Non avete altro da darmi di più bello. L’uomo, anche il migliore, sinché è uomo è sempre soggetto ad essere imperfetto. Quando sarete qui, con Me, non sarete più tali.

Le vostre azioni sono sempre imperfette agli occhi miei. Ma Io guardo al vostro sforzo e all’affetto, alla rettitudine con cui le offrite. E non le sdegno. Tutt’altro. Le prendo anzi con amore e le santifico, le purifico col mio contatto e, fatte tutte sante e pure, le uso per il bene del mondo. E per il vostro bene.

Oh! Io sono un banchiere onesto e buono. Non lascio inerti i vostri risparmi.
Non li uso per Me o per altri lasciandovene privi dei frutti. Ma anzi tesaurizzo per voi e, pure spendendo le vostre monete per i bisogni del mondo, con amore accumulo il frutto di esse perché lo troviate all’ora della morte e vi sia dote per entrare nel mio Regno.
Voi dunque mi date le vostre povere cose sempre imperfette, ma a Me tanto care. Le date a Me.

Perché – Io l’ho detto [l’ho detto in Matteo 25, 40] – tutto quanto fate di opere buone al e per il prossimo vostro lo fate a Me. Ed è dare al prossimo tanto dare il pane, l’acqua, l’ospitalità, la veste, il conforto, l’insegnamento, l’esempio, come dare per esso la vita, offrendomela per la salvezza di uno o di molti e per il trionfo del bene, del mio Bene, nel mondo.

Ma, qualunque cosa mi diate, pensate sempre che non è per essa che avete quanto chiedete.
Ma per il vostro Dio.

Sono Io, ossia l’altare – perché l’altare sta a rappresentare il trono di Dio – che vi faccio grazia.

Sono Io che santifico l’offerta e non l’offerta che santifica Me.

Sono Io che voglio e posso, e non voi che potete e volete.

Quando perciò nel Pater dite: “Fiat voluntas tua”, dovete pensare dunque che anche nelle vostre richieste dovete accettare la mia volontà di ascoltarvi e di concedervi ciò che chiedete.
E non dire: “Ma io ho dato e devo avere”. Avete dato; e che abbiate una fede e fiducia tanto grandi in Me che vi paia impossibile che Io non intervenga ad esaudirvi, è per Me più dolce di una carezza di figlio.

Ma, se per un pensiero che voi non potete comprendere, Io non do, voi dovete darmi non la carezza ma il bacio, forma di amore più profonda della carezza, il bacio della vostra pronta, ilare, umile, santa obbedienza e rassegnazione alla mia volontà.
L’altare è da molto più dell’offerta che vi sta sopra ed è l’altare quello che parla.

Non confondete perciò la cosa con Quello a cui la cosa è data.

Non vi voglio chiamare farisei, perché in questa lieve colpa cadete proprio voi che siete i più generosi, i più volonterosi di amarmi con rettezza di cuore. I farisei agiscono con multiformi errori, voi avete questo solo nella vostra attitudine con Dio.

Ma poiché Io vi ho detto [vi ho detto in Matteo 5, 48]:
“Siate perfetti”, levatevi anche questo dal cuore.
Quando avete deposto sull’altare il vostro dono, quando avete dato a Me, Dio vostro, le vostre offerte, lasciate che l’altare le elevi, lasciate che Dio le consacri.
Ricordatevi di quando su povere offerte Io facevo scendere fuoco [facevo scendere fuoco…, come in 1 Re 18, 38-39] divino per consumarle in sacrifizio di gradito odore.
Nessun sacerdote, nessun fuoco è da più di Me che prendo il vostro dono e lo consacro e lo consumo e lo uso per ciò che trovo utile, anche se a voi così non appare, e nessun dono diventa più bello di quello che viene dato non solo come forma ma anche col pensiero. Dato.
E, una volta dato, non più ricordato con alterigia a Colui a cui è stato donato. Mi basta la mia Intelligenza per ricordarmi di voi.
Mi basta il vostro sorriso, il vostro dire: “Gesù!”, dire: “Padre!”, per tenermi presente, come se il vostro angelo la alzasse all’altezza del mio sguardo, la vostra offerta.
Animo, figli miei.

Il mondo è feroce. Ma è cosa che passa e più non torna.
Io resto con la mia Bontà e con Me resta il mio mondo paradisiaco, dove siete attesi per dimenticarvi, in una eterna gioia, tutti gli orrori della Terra.»
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I Quaderni del 1944
19 marzo 1944
✟
Dice Gesù:


«Un altro breve insegnamento per quelli che, quasi giunti alla mèta, hanno bisogno di compiere gli ultimi sforzi per toccare vittoriosamente la fine della prova. Siate perfetti, ho detto [ho detto il giorno precedente, con rinvio a Matteo 5, 48].
La perfezione si inizia dalle cose più pesanti e si compie con le più leggere.
Si inizia domando la carne, si compie emendando il pensiero da quelle idee che non sono peccato ma che hanno in sé tara di una ingiustizia mentale non gradita a Dio. Compatita da Dio che è misericorde, ma non gradita.

Ora, perché voler venire a Me con la veste non bruttata da macchie, ma non fresca e intatta come quella di un giglio che s’è deterso dalla polvere con la rugiada del mattino?
Io sono la vostra rugiada e mi effondo per levarvi anche le più lievi appannature di umanità e di errore ed imperlarvi della mia Grazia per farvi gioielli del trono del Padre.

Vi ho dato il mio Amore e il mio Sangue.
v Vi ho dato la mia Parola e il mio Corpo.

Ma voglio darvi più che la Parola.
Voglio darvi il mio Pensiero.

Che è il pensiero?
È l’anima della parola.

Quando due si amano, non si accontentano di dirsi le parole necessarie, ma si comunicano anche gli intimi pensieri.
Oh! gioia poter dire a chi ci ama quello che come lampo, come musica, come palpito ferve nella mente e per questo fervere ci distingue dai bruti, i cui moti mentali si limitano ai bisogni rudimentali del vivere!

L’uomo pensa, e dal pensiero trae capolavori d’arte, di genio, di bellezza.

L’uomo pensa, e in questo suo pensare ha un intimo amico che empie di compagnia anche la solitudine del romito.

Il pensiero dell’uomo spazia, spirituale come è, per tutto l’universo.
Si sprofonda nel rammemorare gli èvi lontani, si immerge nella previsione dei tempi avvenire, studia e contempla e medita le mirabili opere di Dio nel creato, riflette sui misteri degli uomini (ogni uomo è un mistero chiuso in veste mortale: luminoso o buio a seconda del suo animo santo o satanico; mistero noto a Dio solo a cui nulla è ignoto) e dalla contemplazione delle cose e degli uomini sale alle contemplazioni di Dio.
Come aquila che, rapida, saetta da una valle ai suoi picchi e da questi ascende più alto a spaziare nel cielo, a salire verso il sole, a cercare le stelle, così il pensiero umano può salire, spaziare, immergersi nella purità splendente di Dio dopo aver meditato sulla capacità umana, alla immensità divina dopo aver riflettuto alla relatività umana, sull’eternità divina dopo aver contemplato la labilità umana, alla Perfezione dopo aver guardato, senza superbia che acceca, l’umana imperfezione.

Ebbene: come è dolce comunicare a chi si ama questo nostro pensiero!

Le luci di esso offerte come gemme ai più cari! È l’amore dell’amore: il più puro, il più eletto.

Io voglio darvi il mio Pensiero.

Farvi comprendere il Pensiero celato nella Parola.
È come se vi prendessi e vi mettessi nella mia Mente e vi facessi conoscere i tesori chiusi in essa.
Per farvi sempre più simili a Me e perciò più graditi al Padre mio e vostro.

Nel Vangelo di Giovanni, possessore perfetto del Pensiero del Verbo di Dio fatto Carne, del pensiero del suo Gesù, Maestro e Amico, è detta una frase: [frase che è in Giovanni 21, 19, cui rinvia la scrittrice accanto alla data]
“Ora disse questo per significare con quale morte avrebbe reso gloria a Dio”.
Con quale morte avrebbe reso gloria a Dio.

Figli!
Tutte le morti sono gloria resa a Dio quando sono accettate e subìte con santità.
Lungi da voi la anche santa invidia di questa o quella morte.
Lungi la misurazione umana del valore di questa o di quella morte.

La morte è una volontà di Dio che si compie.

Anche se l’esecutore di essa è un uomo feroce che si rende arbitro dei destini altrui e per la sua adesione a satana ne diviene strumento per tormentare i suoi simili ed assassino dei medesimi, maledetto da Me, la morte è sempre l’estrema obbedienza a Dio che ha comminato [comminato in Genesi 3, 17-19] la morte all’uomo per il suo peccato.

Conoscete tante indulgenze e vi sono anime piccine (non piccole: piccine) le quali, nella loro religione ristretta e fasciata dalle pratiche come una mummia fra le tenebre di un ipogeo, fanno la somma giornaliera di quanti giorni di indulgenza acquistano con questa e quella preghiera.
Le indulgenze ci sono perché ne godiate nella vita futura, è vero.
Ma fate luce, date ala alla vostra anima e alla vostra religione.
Sono cose celesti.
Non fatene delle schiave imprigionate in buia carcere.

Luce, luce, ala, ala. Alzatevi!

Amate!

Pregate per amare, siate buoni per amare, vivete per amare.

Due sono le più grandi indulgenze.
Plenarie.
E vengono da Dio, da Me Pontefice eterno.

Quella dell’Amore che copre la moltitudine dei peccati. [copre la moltitudine dei peccati, come in Giacomo 5, 20; 1 Pietro 4, 8] Li distrugge nel suo fuoco.
Chi ama con tutte le sue forze consuma di attimo in attimo le sue umane imperfezioni.
Più di imperfezioni non fa chi ama.

La seconda plenaria indulgenza, data da Dio, è quella di una morte rassegnata, quale che sia il genere di essa, di una morte volonterosa di fare la estrema obbedienza a Dio.
La morte è sempre un calvario.
Grande o piccino, è sempre calvario.
Ed è sempre “grande” anche se all’apparenza non ha nulla che la faccia apparire tale, perché è proporzionata da Dio alle forze di ognuno (parlo qui dei figli miei, non di quelli che sono figli di satana), alle forze che Dio aumenta a misura della morte che è destino della sua creatura; ed è grande perché, se è compiuta santamente, assume la grandezza di ciò che è santo.

Ogni morte, dunque, santa, è gloria resa a Dio.

Come è bello vedere la rosa aprirsi sul suo stelo!
Eccola: è chiusa come un rubino nel suo castone di smeraldo, ma schiude le lamine del castone e, come bocca che si apre al sorriso, disserra i petali porporini.
Risponde col suo sorriso di seta al bacio del sole.
Si apre.

È una aureola di velluto vivo intorno all’oro dei pistilli.
Canta col suo colore e col suo profumo la gloria di Chi l’ha creata, e poi a sera si piega stanca e muore con un più vivo profumare, che è la sua estrema lode al Signore.
Come è bello udire nei boschi, a sera, il coro degli uccelli che, prima di mettersi a riposo, cantano con tutti i trilli delle loro gole l’orazione di lode al Padre che li ha nutriti! Sembra che il coro cada, ma vi è sempre il più innamorato che lancia un nuovo trillo e incita gli altri a seguirlo, poiché il sole ancor non è caduto e la luce è cosa tanto bella che si deve salutarla perché essa li ami e torni al mattino; poiché ancor il buon Dio permette si veda un chicco sparso al suolo, un moscerino sperduto, un bioccolo di lana da portare ai piccini o da dare al piccolo gozzo che il buon Signore sfama. E il coro continua sinché la luce muore e i riconoscenti si raccolgono sul ramo, pallottoline di tepore che hanno ancora un pigolìo sotto le piume per dire: “Grazie, o mio Creatore”.

La morte del giusto è come quella della rosa, è come il sonno dell’uccello.
Dolce, bella, gradita al Signore.
Nell’arena di un circo o nel buio della carcere, fra gli affetti familiari o nella solitudine di chi è senza nessuno, rapida o lunga di tormenti, essa è sempre, sempre, sempre gloria resa a Dio.
Accettatela con pace.
Desideratela con pace.
Compitela con pace.
La mia pace permanga in voi anche in questa prova, in questo desiderio, in questa consumazione.
Abbiate già la mia pace eterna in voi, sin da ora, e per questa estrema cosa.

Pensate che la morte cruenta di un’Agata non differisce [la morte… non differisce, anche se venuta in modo diverso, per le persone sante, come Agata che morì da martire, Liduina che morì da inferma, Teresa Martin che morì consumata nella clausura, Domenico di Guzman che morì spossato dalle fatiche dei viaggi, Tommaso Moro che morì assassinato, Contardo Ferrini che morì di tifo] per Me da quella di una Liduina, e quella di una Teresa Martin da quella di un Domenico di Guzman, quella di un Tommaso Moro da quella di un Contardo Ferrini.

Colui che fa la volontà del Padre mio, Io l’ho detto, [L’ho detto in Matteo 12, 46-50; Marco 3, 31-35; Luca 8, 19-21] è beato. Beato, Io ho detto, e fratello e sorella e madre mia.
Io ho detto questo.
Perché Io ho reso gloria a Dio mio Padre facendo la sua volontà nella vita e nella morte.

Imitate dunque il Maestro vostro ed Io vi chiamerò:
“Fratelli miei, sorelle mie”.»
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I Quaderni del 1944
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I Quaderni del 1944
11 gennaio 1944
Dice Maria:

Era anelito dello spirito mio restare vergine nel Tempio per tutta la vita, a lodare il Signore ed a pregare perché l’Emmanuele venisse concesso a coloro che da secoli attendevano la sua venuta di Grazia.

Perciò, quando il Sommo Sacerdote mi significò il suo volere di dare a me sistemazione maritale, il mio interno conobbe il suo primo turbamento.

Il secondo fu quello dell’annunzio angelico[annunzio angelico, riferito in Luca 1, 26-38].
Ebbi un attimo di smarrimento, di accasciamento, perché, Maria, mi pareva che il Signore rifiutasse la mia offerta di vergine non trovandola degna della sua Perfezione.
Esaminai me stessa per trovare in che avessi spiaciuto al mio Signore, perché, naturalmente, non ebbi neppur larva di pensiero che la Giustizia divina avesse potuto essere ingiusta.
Ma nell’umile esame di me stessa trovai la risposta e la pace.

Lo Spirito mi disse, con la sua luminosa voce d’amore, che questo volere sacerdotale, rispondente a volere di Dio, non era retrocessione agli occhi di Dio ma avanzamento nei gradi dello spirito e che, essendo volontà del Signore, il solo accoglierla con pronta ubbidienza mi avrebbe valso benedizioni e meriti ed un più intenso legame col mio santo Signore Iddio.

Allora con ilare ubbidienza dissi a Dio, attraverso al suo sacerdote: “Eccomi, o Signore, a fare la tua volontà e non la mia”.

Le parole [parole, riportate in Matteo 26, 39.42; Marco 14, 35-36; Luca 22, 41-42] del mio Figlio fiorirono molti anni avanti sulle labbra e nel cuore della Mamma sua.

Chiesi soltanto, in cambio della mia ubbidienza, che Iddio concedesse alla sua Serva uno sposo tale da non essere per la mia verginità, sacrata al Signore, violenza che turba e scherno che irride, ma compagno rispettoso e santo, al quale il timore e l’amore di Dio fosse luce nel cuore per comprendere l’anima della sua Donna.

Non chiesi altro.
Bellezza, gioventù, posizione sociale, censo, mi furono cose talmente trascurabili che non meritarono un fugace pensiero.

Chiesi la “santità” nel mio sposo futuro.

E di altro non mi occupai. Condizioni prime, e troppo trascurate nei vostri matrimoni di ora, sono queste di volgersi a Dio chiedendo dalle sue mani il compagno conforme al vostro carattere e alla vostra posizione e soprattutto il compagno “giusto agli occhi suoi”.

A Dio nulla chiedete in quest’ora decisiva della vita della donna, e non guardate né allo spirito vostro né allo spirito del compagno. Vi basta sia bello, ricco, giovane, influente nel mondo. Tutto il resto non ha peso nel momento della scelta.

Ma purtroppo tutto il peso lo acquista dopo le nozze, e molti matrimoni sono una delusione che si limita ad esser tale unicamente se la moglie è donna di cristiani sentimenti. Se in lei mancano anche questi, il matrimonio diviene un disastro di cui sono vittime espiatorie gli innocenti, e molte volte termina in un duplice adulterio.

Vi mettete a repentaglio l’anima, e sovente la portate a morte, per tenere di vista solo fini umani nelle nozze e non volgervi al Padre dei Cieli in quell’ora solenne.

Quando vidi Giuseppe ogni mia naturale ansia cadde come nuvola che si scioglie in arcobaleno.

Mi bastò fissarlo negli occhi per leggere in essi che egli era un onesto, un fedele, un puro, un giusto.

La sua età, del doppio più adulta della mia, gli aveva lasciato lo sguardo limpido di un bambino, perché il Male aveva tumultuato intorno a lui, vivente nel mondo, ma non aveva potuto penetrare nel suo cuore saturo di amor di Dio.

Con quanta fiducia misi la mia mano nella sua, sentendo d’aver trovato in lui un padre d’amore, uno sposo fedele, un compagno casto, che sarebbe stato come l’olivo e il fico che ombreggiano la piccola casa e la difendono dai venti e dall’ardore dando ristoro e conforto di dolcezza e di nutrimento!

Dolce sposo mio che non mi ha mai delusa!

Che, poiché realmente mi amava, credette in me anche contro le apparenze, che mi nascose il suo pianto per non turbarmi, che non ebbe per me che sorrisi e aiuti, che mi guidò come la sua prima figlia putativa, tenendomi per mano per farmi sentire che m’era vicino col suo amore, scansandomi gli inciampi, prevenendo i miei bisogni, paziente, silenzioso e casto, casto come solo un angelo può esserlo.

Oh! sì! Ne sia benedetto il Signore!

Io, che l’Eterno aveva destinata ad esser Regina degli angeli suoi, ho avuto, sino dalla Terra, due angeli per sudditi: il mio angelo custode la cui invisibile presenza sentivo aleggiare presso a me continuamente con lampi di luce e profumo celeste, ed il mio angelico consorte la cui carne non offuscata da desiderio di sangue viveva vicina alla mia come quella di due gigli sbocciati in un’unica aiuola che si profumano a vicenda e fioriscono per il Signore, esempio l’uno all’altro di salire più in alto, verso Dio, di profumare più forte per carità di Dio e del compagno, ma non uniscono mai le loro bocche fiorite in un bacio che sporca di polline la seta angelica della loro veste di purezza.

Santo e benedetto Giuseppe mio!

Di avermelo dato a consorte non cessa il mio cuore di ringraziare il suo Signore, che alla sua Serva ha provveduto da Padre santo e che per la mia verginità tratta dal Tempio ha creato questa viva difesa, per cui l’alito del mondo si frangeva contro Giuseppe senza che strepito o fetore di umana bruttura penetrasse dove l’eterna Vergine continuava a lodare il Signore come fosse preposta al servizio dell’altare, oltre il Santo dei santi, là dove splendeva la gloria dell’Eterno Iddio.
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