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Il giorno 12 non c’è dettato. Il 13 non ho voluto scrivere. E lei sa perché.
Il 14, col broncio ancora, cedo perché… perché a lasciarlo parlare senza fermare i suoi pensieri mi sento levare l’aria e la vita.
Ma il broncio ce l’ho ancora. Sicuro. E se non fosse che oggi è il mio compleanno e che le sue parole sono il regalo più bello per la povera Maria, terrei ancora duro per vedere se, attraverso questo mezzo, mi fa la grazia che chiedo per tutti.
È da ieri sera – quando lei è venuto lo diceva già – che Gesù ripete:
«E non hai capito che ho permesso che conoscessi
[conoscessi, con la “visione” del 19 febbraio] lo strazio di Maria per tua guida e conforto in quest’ora?
L’avevo avvolta in un velo la Passione di mia Madre, perché è cosa tanto santa che non va data in pasto ai porci
[n pasto ai porci, secondo l’espressione di Matteo 7, 6].
Solo per il Padre, perché avesse una guida nel giudicare e assolvere le anime che il dolore fa delirare; solo per te, perché nel tuo soffrire sapessi che la Mamma ti capisce perché ha sofferto e imparassi come si prega mentre il cuore è in un rogo di spasimo e come si doma il sentimento che insorge contro un volere di cui non conoscete i fini, prostrandolo sotto la persuasione dello spirito della bontà di Dio – persuasione che lo spirito inculca alla ragione e al sentimento, l’impone come un giogo ai due ribelli, per il loro bene – solo per poche altre care e benedette anime di questo mio “piccolo gregge” ho concesso le parole della Mamma mia in quell’ora tremenda, unicamente inferiore alla mia del Getsemani.
E tu non hai capito!
Se non ti conoscessi come tu non ti conosci, dovrei esser severo con te.
Ti accarezzo invece e non ti lascio andare, povera pecorella mia tutta avvolta nelle spine.
Guarda: te le levo ad una ad una, districandole dal tuo vello, pungendomi Io per non lasciare che la punta sia tu. Sto qui anche se non mi vuoi guardare. E vedremo chi vince.»
Stamane poi, dopo una notte d’agonia che mi fa trovare al mattino con una faccia poco dissimile a quella della bimba di Giairo,
[bimba di Giairo, nell’episodio scritto l’11 marzo (capitolo 230 dell’opera maggiore)] Egli dice:
«Lo vedi che non puoi stare senza di Me?
Senza la tua Messa il cui Vangelo è cantato e commentato dal tuo Gesù, la cui benedizione è data dal tuo Gesù?
Oh! povera, povera Maria che ci stai così male sulla Terra!
Bisogna proprio che Io ti prenda con Me.
Non sei adatta agli urti brutali del mondo. Ma mi occorri ancora.
Pensa alla Mamma. È dovuta rimanere ancora qualche tempo per servire Gesù.
Tu non ci vuoi restare per servire Gesù? Andiamo, andiamo!
I tuoi rimproveri sono ancora amore e fede, perché tu pensi che tutto può Gesù e che il tuo amare e credere totale debbano operare il miracolo.
Anche Marta e Maria a Betania mi hanno rimproverato di non aver affrettato il ritorno, di essermi allontanato mentre Lazzaro moriva.
Ma Io le ho amate anche per questo, perché in quel rimprovero era amore e fede: “Se Tu eri qui, il nostro fratello non sarebbe morto”, hanno detto
[hanno detto, come viene riportato in Giovanni 11, 21-22.32] le due sorelle.
E nel rimprovero era palese la loro convinzione che Io potevo operare il miracolo, e l’amore grande nella confidenza che le fa osare di rimproverare Me.
Pace, pace, anima mia!
Pace fra Me e te.
E di’ in mio Nome, a coloro che potrebbero commentare irriverentemente le parole della Mamma, che Ella, in quell’ora, era la Donna.
La Donna che assommava in sé tutti i dolori della donna, portati alla donna per la colpa della prima, e che doveva espiarli così come Io avevo assommato in Me tutti i dolori dell’uomo per poterli espiare.
Di’ a coloro che negano che Maria abbia potuto soffrire, perché santa, che Ella ha sofferto di tutto, come nessuna altra sua sorella di sesso, di tutto fuorché dei dolori del parto, non essendo in Lei la colpa e la maledizione
[la maledizione enunciata in Genesi 3, 16] di Eva, e quelli dell’agonia fisica per la stessa ragione.
Dette alla luce il Figlio delle sue viscere immacolate e dette a Dio il suo spirito senza macchia, come era decretato dal Creatore li dessero tutti i figli di Adamo se la colpa non li avesse innestati al Dolore.
Di’ loro che Io, perché ero l’Espiatore principale, ho dovuto ben subire anche il dolore della morte, e di quella Morte, ed ero il Santo dei santi.
Di’ a coloro che negano che Maria abbia potuto soffrire e nell’anima, nella sua mente e nella sua carne, nelle ore espiatorie della Passione, che se Io posso fare partecipe delle mie sofferenze e marcare delle mie piaghe un mio servo o una mia serva – creature che mi amano, ma che nel loro amore sono sempre molto relativi -– come non avrò potuto associare a queste sofferenze, far partecipe di esse – perché il valore del patire del Figlio di Dio fosse aumentato del valore del patire della Piena di Grazia – la Madre mia, Maria la Santa, Maria la Carità, inferiore unicamente a Dio, Colei che mi amava alla perfezione come Mamma perché nella sua immacolatezza aveva perfezione di sentimento, e come credente perché nella sua santità mi amò come nessuna?
Era Madre, uomini.
Mi aveva portato, generato, partorito, allevato.
Non era di stoppa, ma dotata di nervi e di un cuore.
Era carne, non solo spirito. Carne pura, ma carne ancora.
Se Io ho pianto e ho sudato sangue, Ella non avrà pianto e pianto sangue?
Ero suo Figlio, uomini. Non ero una larva di uomo.
Ero Carne, ero la sua Carne.
E in quella e su quella Ella vedeva, per la sua perfetta prescienza, cadere i flagelli, penetrare le spine, scendere le percosse, urtare le pietre e penetrare i chiodi, e per la sua santità in sé li riceveva.
O uomini, riflettete.
Dite di credere alla Comunione dei Santi, la quale è l’unione delle preghiere e delle sofferenze ai meriti infiniti di Cristo per i bisogni degli spiriti, e non potete ammettere che la prima a parteciparvi fu Maria, la mia e vostra Santa?
Di’ questo, piccolo Giovanni imbronciato, agli uomini dalla fede e dalle idee svisate da un razionalismo che non sanno neppure di avere e che come gramigna ha invaso subdolamente anche gli spiriti più sinceramente desiderosi d’esser nel vero.
Ricordati però che Giovanni non aveva mai il broncio, neppure quando Io lo riprendevo o trascuravo e gli altri lo contendevano.
Va’ in pace.
Ti benedico anche se sei così capretta oggi.
Sii buona! Sii buona!
Pensa che ti ho amata tanto da fare di te il mio portavoce.
Va’ in pace.
Ti benedico ancora.»
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I Quaderni del 1944
19 febbraio 1944
[Precedono i brani 1-4 e 15 del capitolo 610 dell’opera L’EVANGELO]
Giuseppe
[Giuseppe è Giuseppe d’Arimatea. La scena che inizia qui sarà completata dal “dettato” del 3 giugno. L’una e l’altro saranno di nuovo trattati il 28 marzo 1945 in una più ampia “visione”, che formerà il capitolo 611 dell’opera maggiore] spegne una delle torce che aveva acceso per vedere meglio nel sepolcro, dove già è molto scuro, e si avvia alla porta, all’apertura, tenendo accesa una sola torcia, con la quale si fa lume mentre insieme a Nicodemo fa scorrere la pesante pietra del sepolcro al suo posto.
Maria, sorretta da Giovanni, singhiozza più forte.
Ora Gesù è solo nel suo sepolcro, in mezzo all’ortaglia silenziosa e già un poco scura.
Il gruppo si riunisce.
E per poca via giunge alla casa da cui solo ieri sera erano partiti gli apostoli con Gesù vivo e bello.
Entrano Maria, Giovanni e le donne.
Mi ricordo ora di aver sempre dimenticato di dire che una delle donne del gruppo pietoso era la padrona di casa.
Giuseppe e Nicodemo si ritirano.
Maria entra nella stanza dove ventiquattr’ore prima era con Gesù.
E piange.
Le donne la confortano e Giovanni anche.
Ma non c’è nulla che la conforti.
Ha nelle mani il suo velo bruttato di sangue, e di quel Sangue, e lo bacia.
Ha di fronte, su un tavolo, la corona di spine ed i chiodi e pochi altri oggetti appartenuti alla Passione, fra cui i batuffoli con cui furono strofinate le membra nel sepolcro e il lenzuolo su cui fu portato al sepolcro.
È tutto quanto le resta del Figlio.
Le donne la lasciano sola, e così Giovanni, poiché Ella lo chiede.
Maria, in ginocchio, piange e prega col capo appoggiato contro quei pochi oggetti.
Ogni tanto la tortura del dolore, del ricordo, della solitudine, deve farsi più acuta, perché Ella chiama il suo Gesù e gli parla come fosse presente, rievoca i tempi passati quando Egli era il suo Bambino, il suo conforto, la sua compagnia.
È tutta la vita familiare di Gesù che scorre fra i frammenti rievocati dalla Madre.
Ella lo sa bene che risorgerà, lo crede poiché Egli l’ha detto ed Ella lo ha compreso.
Ma intanto Egli è morto, Egli non c’è.
Ella è sola col suo ricordo di strazio.
“L’avessero lasciata nel sepolcro con Lui, si sarebbe sentita meno desolata.
Avrebbe atteso di vederlo risorgere vegliandolo come quando era bambino.
Più pesante questo sonno di morte e diverso il letto.
Ma per Lei sarebbe stato ripetere un gesto fatto tante volte presso la cuna e l’avrebbe ninnato, non con la dolce ninna-nanna di allora, ma colle sue preghiere perché il Sacrificio fosse fruttuoso a tutti gli uomini, e colle sue parole d’amore e col suo perdono per gli uccisori.
L’avessero lasciata! Si sarebbe seduta là, vicina a Lui, e le sarebbe sembrato di vederlo ancora nelle fasce, come allora”.
E lo strazio, dopo una pausa di ricordo velata di sorriso, ritorna più forte “perché si ricorda in che fasce è stretto il Figlio suo, perché si ricorda di che ferite esse son velo”.
E torna a rievocare “quando era piccino e cadeva, quando cominciò a lavorare e si feriva, che Lei tremava nel vedere il suo sangue, le sue piccole lividure, le sue lievi lacerazioni, e le medicava col suo bacio e non si quietava che quando capiva che il piccolo dolore era passato.
Ed ora, ed ora…
Ora lo hanno ferito così, percosso così, trafitto, pestato, punto, scorticato così.
E nessuno ha avuto pietà, e nessuno l’ha medicato, e nessuno gli era vicino a carezzare là dove altri colpiva!
Oh! se ci fosse stata Lei, Lei almeno sempre vicina!
Lei che, anche prima di saperlo da Giovanni, aveva già saputo della cattura, delle prime percosse, delle sassate, degli urti, degli sputi, dei ceffoni, delle funi, Lei che, nonostante il pietoso velo gettato da Giovanni sulla verità dei tormenti, sapeva, sapeva cosa succedeva al Pretorio.
Non aveva il cuore rigato, punto, percosso dai flagelli, dalle spine, dai calci, dai pugni dei crudeli che avevano flagellato, coronato, colpito il suo Gesù?
Ma sì che lo aveva!
E se il cuore della sua Creatura si era spezzato per la sofferenza patita dalle carni, le sue carni erano spezzate dalla sofferenza patita dal suo cuore materno”.
Tutto ha condiviso la Madre: la sete, la febbre, i flagelli, le spine.
E le accuse e le offese, e le bestemmie.
E poi, e poi… “sul Calvario… non poterlo aiutare, non potergli dare una goccia d’acqua, Lei che gli aveva dato tanto latte, non poterlo sorreggere nell’estreme ore, Ella che l’aveva sorretto ai suoi primi giorni, non potergli tenere il capo perché non urtasse contro quel legno, ma trovasse il cuore della Mamma per guanciale, per spirarvi sopra meno atrocemente”.
È un’agonia spirituale non meno penosa di quella fisica del Cristo.
Io ne sono spezzata.
Come farà a vivere anche poche ore senza di Lui?
Maria lo chiede a se stessa, alle cose che hanno toccato il suo Gesù, che son bagnate del suo sangue e del suo sudore di morte, lo chiede a Dio…
“Come ha potuto permettere tante sevizie lasciandolo solo, solo, solo sulla sua croce? Lui, il Padre, così santo e buono, come ha potuto resistere al grido di quel cuore, che moriva anche del dolore di non sentirsi più aiutato dal Padre?
Il ricordo del cuore la riporta alla ferita del costato.
Ne cerca il segno sul suo velo.
Ecco l’impronta delle sue dita, penetrate col lino nello squarcio tremendo.
Eccole qui.
Lei ha toccato senza volere il Cuore della sua Creatura!
Il Cuore del suo Dio!
Ma quel Cuore era morto! Morto! Morto!”.
Maria grida quella parola in un parossismo di dolore.
E chiama Dio:
“Padre, Padre, pietà! Io ti amo!
Noi ti abbiamo amato e Tu ci hai tanto amato.
Come hai permesso fosse ferito il cuore del nostro Figlio?”.
Ma si sovviene che ormai Egli era morto e che perciò non ha sofferto di quella ferita.
E allora benedice la bontà di Dio che l’ha risparmiata al suo Gesù.
“Questa, questa almeno non l’hai sentita, Figlio mio.
Io sola l’ho sentita, nel mio, quando ho visto il tuo cuore aperto.
Ora è nel mio la tua lancia e fruga e strazia.
Ma meglio così! Tu non la senti. Ma Gesù, pietà!
Un segno di Te, una carezza, una parola per la tua Mamma dal cuore straziato!
Un segno, un segno, Gesù, se vuoi trovarmi viva al tuo ritorno!”.
Un picchio alla porta di casa empie il silenzio della casa dove solo grida il dolore di Maria.
E un altro picchio più tenue all’uscio della stanza.
Entra Giovanni.
Parla a Maria, sottovoce. Ella annuisce.
Si ricompone. Si volge verso la porta.
Entra Veronica con la sua ancella.
Si inginocchia di fronte a Maria che è seduta, ora.
Nel vano della porta si affollano le donne fedeli.
Giovanni è in piedi dietro il sedile di Maria e le tiene una mano sulla spalla, passandole il braccio sinistro dietro la schiena, come per sorreggerla.
Veronica, dal cofanetto che l’ancella, pure inginocchiata, tiene fra le mani, estrae il lino e lo spiega.
Un volto doloroso, ma ancora vivo nell’espressione, negli occhi aperti, nella bocca lievemente sorridente con dolore.
Maria stende le braccia con un grido a cui fanno eco quelli delle donne.
Veronica dà alla Madre il sudario.
È giusto sia della Madre.
E, delicata, si ritira con la sua ancella.
Il segno è venuto.
Un nulla nel mare di dolore che la sommerge, ma quel tanto che basti a non farla morire.
La contemplazione mi lascia così, col volto di Maria appoggiato sul Volto del Cristo impresso nel sudario.